venerdì 9 novembre 2012

La Bibbia, Dostoevskij, Giobbe e il suo incrollabile amore per Dio


Satana colpisce Giobbe         Giobbe è rimproverato dai tre amici (William Blake, 1757–1827)


Fëdor Michàjlovič Dostoevskij è un grande autore classico che si caratterizza per il suo universo pieno di oscurità e tenebra, di odio e disperazione, per il suo racconto di uomini e donne che sono individui di grande modernità sia per la coscienza di quel che è la natura profonda dell'uomo (con i suoi aspetti più segreti e sordidi ma anche quelli più nobili e pietosi), sia per la consapevolezza del proprio destino. Tra i suoi ricordi di bambino, c’erano quelli sulla storia sacra – che era curioso di conoscere – e ha sempre parlato del suo entusiasmo per Giobbe e per il suo amore verso di Dio senza “se” e senza “ma”.

La madre di Fëdor Michàjlovič, Màr’ja, amava molto la lettura e – prendendosi cura della prima istruzione di Fëdor – gli insegnò a leggere utilizzando un libro di storie sacre del Vecchio e del Nuovo Testamento (in casa Dostoevskij vigeva l’abitudine della lettura serale ad alta voce). Scrive Igor Sibaldi: «Centoquattro storie sacre del Vecchio e del Nuovo Testamento, scritto ai primi del settecento da Johann Hübner e tradotto in russo un secolo più tardi: è il primo libro letto da Dostoevskij (e in seguito egli ricorderà che Giobbe fu tra le figure che più lo colpirono durante l’infanzia).» (vedere Dostoevskij F.M., La mite e Il sogno di un uomo ridicolo, traduzione di Giovanna Spendel e Grazia Lombardo, introduzione di Giovanna Spendel, Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995).

Fu la madre, quindi, a far conoscere a Dostoevskij molto presto la “Bibbia”, della quale scrisse: «La Bibbia appartiene a tutti, agli atei e ai credenti in uguale misura… Questo libro è uno dei primi che mi abbiano colpito nella vita, e allora ero quasi un fanciullo» (Dal Santo L., Dostoevskij inedito. Quaderni e taccuini 1860–1881, Vallecchi, Firenze 1980).

L'episodio di Giobbe è stato oggetto di una lunga narrazione ne I fratelli Karamazov (Parte seconda, “Libro vi. Il monaco russo”, ii. Vita dello stàrec Zòsima…, Notizie biografiche, b) Delle sacre scritture nella vita di padre Zò­sima). Lo stàrec Zòsima aveva da bambino un libro di storia sacra con illustrazioni (appunto Centoquattro storie sacre del Vecchio e del Nuovo Testamento) con il quale aveva imparato a leggere e che conservava ancora con lui «come una preziosa reliquia del passato». Già prima d’imparare a leggere, aveva provato la sua prima «emozione spirituale». Un lunedì della Settimana di Passione era stato condotto a messa e aveva visto l’incenso alzarsi dal turibolo, salire lentamente e fondersi con i raggi che da una stretta finestra della cupola scendevano nella chiesa: «Io assistevo commosso e per la prima volta, da che ero nato, accolsi consapevolmente nella mia anima il seme della Parola Divina». Infatti, un adolescente si era fatto avanti con un gran libro che aveva deposto sul leggio, aprendolo e mettendosi a leggere: «di colpo compresi per la prima volta qualcosa di ciò che si legge nel tempio di Dio». Il ragazzo leggeva di un uomo giusto e pio della terra di Hus, che aveva molte ricchezze, cammelli, asini e pecore, e i suoi figli si divertivano ed egli pregava Dio per loro. Un giorno il diavolo era salito in cielo e Dio gli mostrò il suo servo Giobbe ed elogiò quel suo grande e santo servitore: «E il diavolo sorrise alle parole di Dio: “Lascialo a me e vedrai che il servo Tuo mormorerà e maledirà il Tuo nome”. E Dio lasciò al diavolo il giusto che Egli tanto amava e il diavolo colpì i suoi figli, e il suo bestiame, e disperse la sua ricchezza, e tutto ciò all’improvviso, come folgore di Dio, ma Giobbe lacerò le sue vesti e si gettò al suolo gridando: “Nudo uscii dal ventre di mia ma­dre e nudo tornerò alla terra. Dio mi ha tolto quel che mi aveva dato. Sia il nome del Signore benedetto ora e sempre!”.».

Parlando con i suoi ospiti, padre Zòsima era scoppiato in lacrime dicendo che era come se in quel momento la sua fanciullezza resuscitasse dinanzi a lui, e respirava co­me allora e come allora provava «stupore, turbamento e gioia», tanto quel racconto aveva impressionato la sua immaginazione. Da allora, non poteva leggere quella santissima storia senza piangere: «Vi si trova qualcosa di così grande, così misterioso, così inimmaginabile!».

In seguito aveva sentito dai detrattori che – con le loro parole orgogliose – sostenevano che era inaudito che Dio avesse lasciato «il prediletto tra i Suoi santi» in balia del diavolo con uno scopo insignificante: «[…] Solo per gloriarsi agli occhi di Satana: “Ecco quel che può sopportare in mio nome uno dei Miei santi!”. Ma la grandezza qui sta nel mistero, sta in questo: che la fugace apparenza terrena e l’eterna verità si sono qui congiunte. Al cospetto della verità terrena si compie l’opera della verità eterna.». Era come se il Creatore, guardando Giobbe, tornasse a vantarsi della sua opera: «E Giobbe, lodando il Signore, si pone non solo al Suo servizio, ma a quello di tutto il creato, di generazione in generazione e nei secoli dei secoli, perché questo era il suo destino.».

Dio risollevò Giobbe, gli restituì la ricchezza e gli diede altri figli che Giobbe amò. Si chiede Dostoevskij com'era plausibile che egli potesse amare quei nuovi figli, dopo aver perso gli altri, e che potesse essere pienamente felice come una volta: «Ma certo, certo: il vecchio dolore, per un grande mistero della vita umana si trasforma a poco a poco in tenera gioia serena; al fervido sangue giovanile succede la mite e placida vecchiaia: […]». Giobbe amava il tramonto e gli obliqui raggi del sole, i commossi ricordi, le care immagini di una lunga via benedetta, ma sopra ogni cosa la divina verità: «La mia vita è al termine e lo sento, eppure in ognuno di questi ultimi giorni sento come la vita terrena già si stia congiungendo a una nuova eterna, ignota, una prossima vita, il cui presentimento fa trepidare la mia anima di entusiasmo, splendere il mio spirito e piangere di gioia il mio cuore.». [Brani tratti da Dostevskij F.M., I fratelli Karamazov, traduz. di Alfredo Polledro, introduz. di Eraldo Affinati, Grandi Tascabili Economici Newton, Newton e Compton editori, Roma 2010].

Trovo così bello questo libro di “Giobbe” (lo considero come vera grande letteratura drammatica), che desidero farne una integrale sintesi antologica. è stato scritto: «L'ignoto autore di questo capolavoro universale è il più grande poeta della Bibbia». Giobbe è un sapiente sceicco arabo «scelto a protagonista di un dramma angoscioso per l'umanità» che ha a che fare con la «sofferenza dell'innocente» e con «il valore inestimabile della sofferenza nel piano divino di salvezza». Come abbiamo già detto, col permesso di Dio, Giobbe è sottoposto da Satana a prove durissime e, prima, si pone in polemica con Dio ma poi – comprendendo che Dio non può essere ingiusto – accetta con fede il mistero delle sue azioni. [Brani tratti da La Sacra Bibbia – Antico Testamento, Edizione Ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana – CEI S.R.L. per il Testo Sacro, Roma 1974]

In 1 Virtù e felicità di Giobbe., si racconta di Giobbe: «uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male», il quale aveva sette figli e tre figlie ed «era il più grande fra tutti i figli d'oriente». In Dio permette che sia messo alla prova., Satana si scaglia contro Giobbe: i suoi buoi e le sue asine vengono predate, un fuoco divino divora pecore e guardiani, i Caldei rubano i cammelli, e figli e le figlie – mentre stavano mangiando e bevendo – muoiono a causa della rovina della casa investita da un vento impetuoso: «Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: “Nudo uscii dal seno di mia madre, / e nudo vi ritornerò. / Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, / sia benedetto il nome del Signore!”. / In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.».

In 2 Malattia di Giobbe., Satana si ripresenta al Signore, che gli dice: «Egli è ancora saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo.», ma Satana gli risponde che sarebbe cambiato se soltanto lo avesse «toccato nell'osso e nella carne»; il Signore restituì Giobbe nelle mani di Satana che lo colpì con «una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo» ma Giobbe disse alla moglie: «Se da Dio accettiamo il bene perché non dovremmo accettare il male?». In Tre amici vanno a vistare Giobbe., i tre dotti amici di Giobbe, Elifaz, Bildad e Zofar, sono partiti dalle loro contrade e raggiungono il vecchio amico con lo scopo di «condolersi con lui e consolarlo»; si stracciano le vesti, si cospargono di cenere e per sette giorni e sette notti si siedono accanto a Giobbe.

In 3 Lamento di Giobbe., il vecchio così colpito si lagna: «[…] / Perisca il giorno in cui nacqui / e la notte in cui si disse: “è stato concepito un uomo!” / […] / E perché non sono morto fin dal seno di mia madre / e non spirai appena uscito dal grembo? / Perché due ginocchia mi hanno accolto / due mammelle mi hanno allattato? / Sì, ora giacerei tranquillo, / dormirei e avrei pace. / […] / Oppure, come aborto nascosto, più non sarei/ come i bimbi che non hanno visto la luce. / […] Perché dare la luce a un infelice / e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, / a quelli che aspettano la morte e non viene, / che la cercano più di un tesoro, / che godono alla vista di un tumulo, / gioiscono se possono trovare una tomba… / […] / Non ho pace, non ho requie, / non ho riposo e viene il tormento!».

In 4 primo discorso di Elifaz., l'amico incoraggia e rimprovera Giobbe: «[…] / Ecco, tu hai istruito molti / e a mani fiacche hai ridato vigore; / le tue parole hanno sorretto chi vacillava / e le ginocchia che si piegavano hai rafforzato. / Ma ora questo accade a te e ti abbatti; / capita a te e ne sei sconvolto. / […]». In 5 Elifaz invita Giobbe a rifugiarsi in Dio., l'amico insiste impietoso: «[…] / Felice l'uomo che è corretto da Dio: / perciò tu non sdegnare la correzione dell'Onnipotente, / perché egli fa la piaga e la fascia, / ferisce e la sua mano risana. / […]».
In 6 Risposta di Giobbe., amaramente gli risponde il vecchio infelice: «[…] / Oh, mi accadesse quello che invoco, / e Dio mi concedesse quello che spero! / Volesse Dio schiacciarmi, / stendere la mano e sopprimermi! / […] / La mia forza è forza di macigni? / La mia carne è forse di bronzo? / Non c'è proprio aiuto per me? / Ogni soccorso mi è precluso? / […]». In 7 Giobbe si sfoga con Dio., il vecchio è scoraggiato e quasi irritato: «[…] / Ricoperta di vermi e croste è la mia carne, / raggrinzita è la mia pelle e si disfà. / I miei giorni sono stati più veloci d'una spola, / sono finiti senza speranza. / […] / Ma io non terrò chiusa la bocca, / parlerò nell'angoscia del mio spirito, / mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore! / […] / Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, / o custode dell'uomo? / Perché m'hai preso a bersaglio / e ti son diventato di peso? / Perché non cancelli il mio peccato / e non dimentichi la mia iniquità? / Ben presto giacerò nella polvere, / mi cercherai, ma più non sarò!».

In 8 Discorso di Bildad., il secondo amico prende a parlare a Giobbe col tono del primo amico: «[…] / Dunque, Dio non rigetta l'uomo integro, / e non sostiene la mano dei malfattori. / Diffonderà di nuovo sulla tua bocca il sorriso / e sulle tue labbra la gioia. / I tuoi nemici saran coperti di vergogna / e la tenda degli empi più non sarà.». In 9 Risposta di Giobbe., il vecchio infelice continua a lagnarsi di Dio: «[…] / Egli come in una tempesta mi schiaccia, / moltiplica le mie piaghe senza ragione, / non mi lascia riprendere il fiato, / anzi mi sazia di amarezze. / […] / Sono innocente? Non lo so neppure io, / detesto la mia vita! / Per questo io dico: “è la stessa cosa”; / egli fa perire l'innocente e il reo! / […] / Allontani da me la sua verga / sì che non mi spaventi il suo terrore: / allora io potrò parlare senza temerlo, / perché così non sono in me stesso.». In 10 Lamento di Giobbe.,  il povero vecchio continua: «Stanco io sono della mia vita! / Darò libero sfogo al mio lamento, / parlerò nell'amarezza del mio cuore. / Dirò a Dio: Non condannarmi! / Fammi sapere perché mi sei avversario. / […] / Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto / integro in ogni parte; vorresti ora distruggermi? / Ricordati che come argilla mi hai plasmato / e in polvere mi farai tornare. / […] / Perché tu mi hai tratto dal seno materno? / Fossi morto e nessun occhio m'avesse mai visto? / Sarei come se non fossi mai esistito; / dal ventre sarei stato portato alla tomba! / […]».

In 11 Discorso di Zofar., tono e parole sono simili a quelli dei due amici precedenti: «[…] / Ora, se a Dio dirigerai il cuore / e tenderai a lui le tue palme, / se allontanerai l'iniquità che è nella tua mano / e non farai abitare l'ingiustizia nelle tue tende, / allora potrai alzare la faccia senza macchia / e sarai saldo e non avrai timori / perché dimenticherai l'affanno / e te ne ricorderai come di acqua passata; / […]». In 12 Risposta di Giobbe., l'infelice risponde, dimostrando di avercela sempre con Dio: «[…] / Egli ha in mano l'anima di ogni vivente / e il soffio di ogni carne umana. / […] / Ecco, se egli demolisce, non si può ricostruire, / se imprigiona uno, non si può liberare. / Se trattiene le acque, tutto si secca, / se le lascia andare, devastano la terra. / Presso di lui c'è potenza e sagacia, / a lui appartiene l'ingannato e l'ingannatore. / […]». In 13 Giobbe spera comprensione da Dio., l'infelice rivolgendosi a Dio cambia tono: «[…] / Quel che sapete voi; / non sono da meno di voi. / Ma io all'Onnipotente vorrei parlare, / a Dio vorrei fare rimostranze. / […] / Voglio afferrare la mia carne con i denti, / e mettere sulle mie mani la mia vita. / Mi uccida pure, non me ne dolgo; / voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta! / […] / Perché mi nascondi la tua faccia / e mi consideri come un nemico? / Vuoi spaventare una foglia dispersa nel vento / e dar la caccia a una paglia secca? / […] / Intanto io mi disfò come legno tarlato / o come vestito corroso da tignola.». In 14 Brevità della vita umana., Giobbe continua: «L'uomo, nato di donna, / breve di giorni e sazio d'inquietudine, / come un fiore spunta e avvizzisce, / fugge come l'ombra e mai si ferma. / […] / Se i suoi giorni sono contati / se il numero dei suoi mesi dipende da te, / se hai fissato un termine che non può oltrepassare, / distogli lo sguardo da lui e lascialo stare / finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata! / […] / Oh, se tu volessi nascondermi nella tomba, / occultarmi, finché sarà passata la tua ira, / fissarmi un termine e poi ricordarti di me! / […] / Tu lo abbatti per sempre ed egli se ne va, / tu sfiguri il suo volto e lo scacci. / Siano pure onorati i suoi figli, non lo sa; / siano disprezzati, lo ignora! / Soltanto i suoi dolori egli sente / e piange sopra di sé.».

In 15 Secondo discorso di Elifaz., continuano le rimostranze dell'amico: «[…] Non io, ma la tua bocca ti condanna / e le tue labbra attestano contro di te. / Sei forse tu il primo uomo che è nato, / o, prima dei monti, sei venuto al mondo? / […]». E in 16 Risposta di Giobbe., così risponde il povero vecchio: «[…] / Ora però egli m'ha spossato, fiaccato, / […] / La sua collera mi dilania e mi perseguita; / digrigna i denti contro di me, / il mio nemico su di me aguzza gli occhi. / […] / Dio mi consegna come preda all'empio, / e mi getta nelle mani dei malvagi. / Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato, / mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; / ha fatto di me il suo bersaglio. / I suoi arcieri mi circondano; / mi trafigge i fianchi senza pietà, / versa a terra il mio fiele, / mi apre ferita su ferita, / mi si avventa contro come un guerriero. / […] / La mia faccia è rossa per il pianto / […] / O terra, non coprire il mio sangue / e non abbia sosta il mio grido! / […]». In 17 Nuovi gemiti., il lamento di Giobbe continua senza soste: «Il mio spirito vien meno, / i miei giorni si spengono; / non c'è per me che la tomba! / […] / Si offusca per il dolore il mio occhio / e le mie membra non sono che ombra. / […] / Se posso sperare qualche cosa, la tomba è la mia casa / nelle tenebre distendo il mio giaciglio. / Al sepolcro io grido: “Padre mio sei tu!”, / e ai vermi: “Madre mia, sorelle mie voi siete!” / […]».

In 18 Secondo discorso di Bildad., il dotto amico interpella Giobbe con rimprovero: «[…] Tu che ti rodi l'anima nel tuo furore, / forse per causa tua sarà abbandonata la terra / e le rupi si staccheranno dal loro posto? / […]». In 19 Risposta di Giobbe., amareggiato, Giobbe risponde: «Fino a quando mi tormenterete / e mi sopprimerete con le vostre parole? / Son dieci volte che mi insultate / e mi maltrattate senza pudore. / […] / Sappiate dunque che Dio mi ha piegato / e mi ha avviluppato nella sua rete. / Ecco grido contro la violenza, ma non ho risposta, / chiedo aiuto, ma non c'è giustizia! / Mi ha sbarrato la strada perché non passi / e sul mio sentiero ha disteso le tenebre. / Mi ha spogliato della mia gloria / e mi ha tolto dal capo la corona. / Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco, / mi ha strappato, come un albero, la speranza. / […] / Il mio fiato è ripugnante per mia moglie / e faccio schifo ai figli di mia madre. / […] / Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici, / perché la mano di Dio mi ha percosso! / Perché vi accanite contro di me, come Dio, / e non siete mai sazi della mia carne? / […] / Io lo so che il mio Vendicatore è vivo / e che ultimo si ergerà sulla polvere! / Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, / senza la mia carne, vedrò Dio. / […]».

In 20 Secondo discorso di Zofar., la musica non cambia: «[…] / Non sai tu che da sempre, / da quando l'uomo fu posto sulla terra, / il trionfo degli empi è breve, / e la gioia del depravato è d'un istante? / […]». In 21 Risposta di Giobbe., l'infelice Giobbe gli chiede di ascoltarlo: «[…] / Perché vivono i malvagi, / invecchiano, anzi sono potenti e gagliardi? / La loro prole prospera insieme con essi, / e i loro rampolli crescono sotto i loro occhi. / Le loro case sono tranquille e senza timori; / il bastone di Dio non pesa su di loro. / […] / Finiscono nel benessere i loro giorni/ e scendono tranquilli negli inferi. / […] / Uno muore in piena salute, / tutto tranquillo e prospero; / i suoi fianchi sono coperti di grasso / e il midollo delle sue ossa è ben nutrito. / Un altro muore con l'amarezza in cuore / senza aver mai gustato il bene, / Nelle polvere giacciono insieme / e i vermi li ricoprono. / […] / Non potete negare le prove, / che nel giorno della sciagura è risparmiato il malvagio / e nel giorno dell'ira egli la scampa. / […] / Egli sarà portato al sepolcro, / sul suo tumulo si veglia / e gli sono lievi le zolle della tomba. / […]».

In 22 Terzo discorso di Elifaz., l'amico fa a Giobbe alcune raccomandazioni circa il suo comportamento con Dio: «[…] / Su, riconciliati con lui e tornerai felice, / ne riceverai un gran vantaggio. / Accogli la legge dalla sua bocca / e poni le sue parole nel tuo cuore. / Se ti rivolgerai all'Onnipotente con umiltà, / […] / allora sarà l'Onnipotente il tuo oro / e sarà per te argento a mucchi. / Allora sì, nell'Onnipotente ti delizierai / e alzerai a Dio la tua faccia. / […]». In 23 Risposta di Giobbe., l'infelice risponde: «Ancor oggi il mio lamento è amaro / e la sua mano grava sopra i miei gemiti. / […] / Oh, potessi sapere dove trovarlo, / potessi arrivare fino al suo trono! / Esporrei davanti a lui la mia causa / e avrei piene le labbra di ragioni. / […] / Ma se vado in avanti, egli non c'è, / se vado indietro, non lo sento. / A sinistra lo cerco e non lo scorgo, / mi volgo a destra e non lo vedo. / […] / Alle sue orme si è attaccato il mio piede, / al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato; / dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato, / nel cuore ho riposto i detti della sua bocca. / […] / Dio ha fiaccato il mio cuore, / l'Onnipotente mi ha atterrito; / non sono infatti perduto a causa della tenebra, / né a causa dell'oscurità che ricopre il mio volto.». In 24 Baldanza degli empi., l'infelice Giobbe continua: «[…] / Quando non c'è luce, si alza l'omicida / per uccidere il misero e il povero; / nella notte si aggira il ladro / e si mette il velo sul volto. / L'occhio dell'adultero spia il buio / e pensa: “Nessuno mi osserva!”. / Nelle tenebre forzano le case, / di giorno se ne stanno nascosti: / non vogliono saperne della luce; / l'alba è per tutti loro come uno spettro di morte; / quando schiarisce, provano i terrori del buio fondo. / […]».

In 25 Terzo discorso di Bildad., molto breve, il dotto amico deplora il comportamento di Giobbe: «[…] / Come può giustificarsi un uomo davanti a Dio / e apparire puro un nato di donna? / Ecco la luna stessa manca di chiarore / e le stelle non sono pure ai suoi occhi: / quanto meno l'uomo, questo verme, / l'essere umano, questo bruco!». In 26 Ironica risposta di Giobbe., il vecchio infelice risponde: «[…] / Egli stende il settentrione sopra il vuoto, / tiene sospesa la terra sopra il nulla. / Rinchiude le acque dentro le nubi, / e le nubi non si squarciano sotto il loro peso. / […] / Ma il tuono della sua potenza chi può comprenderlo?». In 27 Ripetuta affermazione d'innocenza., il povero Giobbe insiste: «[…] / Lungi da me che io mai vi dia ragione; / fino alla morte non rinunzierò alla mia integrità. / Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, / la mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni. / […]». In 28 Elogio della sapienza., il pover'uomo s'interroga: «[…] / Ma la sapienza da dove si trae? / E il luogo dell'intelligenza dov'è? / L'uomo non ne conosce la via, / essa non si trova sulla terra dei viventi. / […] / Ma da dove viene la sapienza? / E il luogo dell'intelligenza dov'è? / è nascosta agli occhi di ogni vivente / ed è ignota agli uccelli del cielo. / […] / Dio solo ne conosce la via, / lui solo sa dove si trovi, / perché volge lo sguardo fino alle estremità della terra, / vede quanto è sotto la volta del cielo. / […] / e disse all'uomo: / “Ecco, temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza”». In 29 Soliloquio di Giobbe., il vecchio continua a sentenziare: «Oh, potessi tornare com'ero ai mesi di un tempo, / ai giorni in cui Dio mi proteggeva, / quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo / e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre; / […] / Mi ero rivestito di giustizia come di un vestimento; / come mantello e turbante era la mia equità. / […]». In 30 Infelicità presente., Giobbe si lagna: «Ora invece si ridono di me / i più giovani di me in età, / i cui padri non avrei degnato / di mettere tra i cani del mio gregge. / […] / Ed ora io sono la loro canzone, / sono diventato la loro favola! / […] / Hanno demolito il mio sentiero, / cospirando per la mia disfatta / e nessuno si oppone a loro. / […] / I terrori si sono volti contro di me; / si è dileguata come vento, la mia grandezza / e come nube è passata la mia felicità. / […] / Mi ha gettato nel fango: / son diventato polvere e cenere. / Io grido a te, ma tu non mi rispondi, / insisto, ma tu non mi dai retta. / […] / Eppure aspettavo il bene ed è venuto il male, / aspettavo la luce ed è venuto il buio. / […] / La mia pelle si è annerita, mi si stacca / e le mie ossa bruciano dall'arsura. / La mia cetra serve per lamenti / e il mio flauto per la voce di chi piange.». In 31 Apologia di Giobbe., il vecchio esalta i suoi comportamenti: «[…] / Che parte mi assegna Dio di lassù, / che porzione mi assegna l'Onnipotente dall'alto? / Non è forse la rovina riservata all'iniquo / e la sventura a chi compie il male? / […] / mi pesi pure sulla bilancia della giustizia / e Dio riconoscerà la mia integrità. / […] / mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane, / senza che ne mangiasse l'orfano, / […] / Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico? / […] / Oh, avessi uno che mi ascoltasse! / […]».

In 32 Intervento di Eliu., alla fine del suo discorrere, i tre amici cessano di rispondere a Giobbe poiché egli si ritiene giusto, ma si risveglia lo sdegno di Eliu contro Giobbe che pretende di aver  ragione di fronte a Dio: «[…] / Ho atteso, ma poiché non parlano più, / poiché stanno lì senza risposta, / voglio anch'io dire la mia parte, / anch'io esporrò il mio parere; / mi sento infatti pieno di parole, / mi preme lo spirito che è dentro di me. / […]». In 33 Dio ammaestra l'uomo con il dolore., Eliu dice a Giobbe: «Non hai fatto che dire ai miei orecchi / e ho ben udito il suono dei tuoi detti: / “Puro son io, senza peccato, / io sono mondo, non ho colpa; / ma egli contro di me trova pretesti / e mi stima mio nemico; / pone in ceppi i miei piedi / e spia tutti i miei passi!”. / Ecco, in questo ti rispondo: non hai ragione. / Dio è infatti più grande dell'uomo. / Perché ti lamenti di lui, / se non risponde a ogni tua parola? / […]». In 34 Secondo discorso., Eliu continua a dire: «[…] / E in verità Dio non agisce da ingiusto / e l'Onnipotente non sovverte il diritto! / […] / E tu osi condannare il Gran Giusto? / […] / Se egli tace, chi lo può condannare? / Se vela la faccia, chi lo può vedere? / Ma sulle nazioni e sugli individui egli veglia, / perché non regni un uomo perverso, / perché il popolo non abbia inciampi. / […]». In 35 Terzo discorso., Eliu continua a dire: «[…] / Si grida per la gravità dell'oppressione, / si invoca aiuto sotto il braccio dei potenti, / ma non si dice: “Dov'è quel Dio che mi ha creato, / che concede nella notte canti di gioia; / che ci rende più istruiti delle bestie selvatiche, / che ci fa più saggi degli uccelli del cielo?”. / Si grida, allora, ma egli non risponde / di fronte alla superbia dei malvagi. / […]». In 36 Quarto discorso., Eliu continua a celebrare Dio: «[…] / Ma se colmi la misura con giudizi da empio, / giustizia e condanna ti verranno addosso. / La collera non ti trasporti alla bestemmia, / la gravità dell'espiazione non ti faccia fuorviare. / Può forse farti uscire dall'angustia il tuo grido, / con tutti i tentativi di forza? / […] / Ricordati che devi esaltare la sua opera / che altri uomini hanno cantato. / […]». In 37 Inno all'onnipotenza di Dio., Eliu si esalta: «[…] / L'Onnipotente noi non lo possiamo raggiungere, / sublime in potenza e rettitudine / e grande per giustizia; egli non ha da rispondere. / Perciò gli uomini lo temono: / a lui la venerazione di tutti i saggi di mente.».

In 38 Intervento di Dio., finalmente il Signore risponde a Giobbe nel mezzo di un turbine: «[…] / Dov'eri tu quando ponevo le fondamenta della terra? / […] / Da quando vivi, hai mai comandato al mattino / e assegnato il posto all'aurora, / perché essa afferri i lembi della terra / e ne scuota via i malvagi? / […] / Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino / o puoi guidare l'Orsa insieme con i suoi figli? / Conosci tu le leggi del cielo / o ne applichi le norme sulla terra? / […]». In 39 Meraviglie del mondo animale., Dio continua a parlare: «Sai tu quando figliano le camozze [femmine del camoscio] / e assisti al parto delle cerve? / […] / O al tuo comando l'aquila s'innalza / e pone il suo nido sulle alture? / […]». In 40 Umile risposta di Giobbe., il vecchio infelice dice rivolto al Signore: «[…] / Ecco sono ben meschino: che ti posso rispondere? / Mi metto la mano sulla bocca. / Ho parlato una volta, ma non replicherò, / ho parlato due volte, ma non continuerò.». Ma in Dio parla ancora., il Signore gli dice ancora: «Oseresti proprio cancellare il mio giudizio / e darmi torto per avere tu ragione? / […]». In 41 La forza del coccodrillo., Dio dice: «Ecco, la tua speranza è fallita / al solo vederlo uno stramazza. / […] / Nessuno sulla terra è pari a lui, / fatto per non aver paura. / Lo teme ogni essere più altero; / egli è il re su tutte le fiere più superbe.». In 42 Giobbe ritratta le sue parole., il vecchio ormai placato risponde al Signore: «Comprendo che puoi tutto / e che nessuna cosa è impossibile per te. / Chi è costui che, senza aver scienza, / può oscurare il tuo consiglio? / Ho esposto dunque senza discernimento / cose troppo superiori a me, che io non comprendo. / “Ascoltami e io parlerò. / io t'interrogherò e tu istruiscimi”. / Io ti conoscevo per sentito dire, / ma ora i miei occhi ti vedono. / Perciò mi ricredo / e ne provo pentimento su polvere e cenere.». In Reintegrazione di Giobbe., dopo che ha parlato con Giobbe, il Signore rimprovera Elifaz e gli ordina di prendere sette vitelli e sette montoni, di andare dal suo servo Giobbe e di offrirli in olocausto per non aver detto cose vere sul Signore. Fatto questo, il Signore ristabilisce Giobbe nello stato di prima, accrescendo del doppio ciò che aveva posseduto, benedicendo la nuova condizione più della prima, e dandogli anche sette figli e tre figlie: «Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant'anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.».
  
A proposito della narrazione di Giobbe, in modo condivisibile da tutti, Dostoevskij con entusiasmo scriveva: «Oh Signore, che libro e quali insegnamenti! Che libro è mai questa Sacra Bibbia, che portento e che forza furono dati con esso all’uomo, è come la raffigurazione del mondo e dell’uomo e dei caratteri umani, e tutto vi è nominato e indicato per i secoli dei secoli. E quanti misteri risolti e svelati!».

Vorrei infine ricordare Le leggende degli ebrei. III. Giuseppe, i figli di Giacobbe, Giobbe, a cura di Elena Loewenthal (Adelphi, 1999) e la sofferta meditazione sulla Parola nel pensiero ebraico che resiste anche a un silenzio di Dio che appare ostile. E Giobbe, gridando i suoi perché, lamentandosi e pregando, si appella a Dio nonostante i suoi silenzi e scrive Elena Loewenthal che, per questo motivo, Giobbe «è più sapiente, è più credente» rispetto ai discorsi dei suoi dotti amici.

P.S. Will Smith, in veste di attore e di produttore (con la sua casa di produzione Overbrook Entertainment), ha in cantiere un film “biblico” in chiave moderna, ispirato alla storia di  Giobbe, dal titolo Joe, sceneggiato da Eric Johnson e Paul Tamasy (candidati all’Oscar per “The Fighter”), e il regista potrebbe essere David O. Russell. Dallo stesso Tamasy, il prossimo film è stato definito una “dramedy”: «una commedia con un cuore molto drammatico», nella quale – come nel libro di Giobbe – Dio e Satana (che s'incontrano ogni 1000 anni) scommettono sulla vita di Joe, un uomo ricco di beni e di affetti (una moglie e dei bambini), il cui destino viene messo improvvisamente e insensatamente a repentaglio.

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